Storia recente: la strage di Via D’Amelio

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Alcune vicende macchiano inevitabilmente la storia recente di un Paese. È quello che è accaduto con la strage di Via D’Amelio in cui non è morto solo un uomo, ma anche la reputazione di uno Stato.

Quando si parla di mafia, infatti, troppo spesso si dimentica la complicità di figure eminenti. Ciò spiega anche la reazione della famiglia di Borsellino. Infatti, ancora oggi, a distanza di trent’anni da quel tragico evento, si sente tradita dalla giustizia.

In tale marasma, però, spiccano alcuni uomini in grado di ridare fiducia a quanti vivono in contesti quotidiani particolarmente difficili.

Chi era Paolo Borsellino

Vi è sempre bisogno di ricordare chi era Paolo Borsellino. Magistrato italiano, nato e morto a Palermo, è stato uno dei maggiori protagonisti della lotta a Cosa Nostra, la mafia siciliana. Insieme ad altri importanti elementi, tra cui il giudice Giovanni Falcone, ha fatto parte del pool antimafia.

Lo scopo era quello di fare in modo che i giudici istruttori potessero collaborare tra loro diminuendo anche il rischio di finire uccisi in agguati da parte dei clan. La volontà di eliminare fisicamente il magistrato in questione, dunque, risale ai primi anni Ottanta del secolo scorso.

In quel periodo, infatti, Borsellino seguiva le indagini che riguardavano il capitano dei carabinieri Emanuele Basile. Dal 1987, però, tali intenzioni iniziarono a divenire orrenda realtà. Al magistrato Falcone, invece, si deve, tra le altre cose, la raccolta delle testimonianze di collaboratori di giustizia di un certo calibro quale, per esempio, il boss dei due mondi: Tommaso Buscetta.

Sono alcuni degli elementi che portarono i due giudici a essere fortemente odiati dalla mafia siciliana. Il tutto era, inoltre, scaturito in quello che è passato alla storia come il Maxiprocesso di Palermo. Gli imputati, infatti, furono ben 475, tutti accusati per misfatti legati alla criminalità organizzata.

La strage di Via D’Amelio

Il 19 luglio 1992 avvenne la strage di Via D’Amelio. Una Fiat 126 rubata contenente circa 90 chilogrammi di Semtex-H venne fatta esplodere, in maniera telecomandata, nella suddetta strada. Lì, infatti, abitavano la madre e la sorella del magistrato Paolo Borsellino.

A perdere la vita non fu solo il giudice, ma anche gli agenti della scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli e Walter Eddie Cosina. Nell’esplosione vi fu un unico sopravvissuto ovvero Antonino Vullo.

Lo scoppio fu così potente da causare gravissimi danni agli edifici circostanti. In reazione alla strage, quella stessa notte venne firmata l’applicazione del cosiddetto Carcere duro, il famoso articolo 41 bis.

Non solo i familiari, ma anche la parte buona della città di Palermo accusarono pubblicamente lo Stato di aver abbandonato il giudice a un destino già segnato. Proprio per tale ragione, i funerali del magistrato furono privati, ma la partecipazione della cittadinanza fu enorme: giunsero ben 10.000 persone a salutare un’ultima volta il giudice.

La scuola ricorda la strage di Via D’Amelio

La storia ivi narrata è naturalmente molto condensata, ma sicuramente è in grado di far comprendere la portata di quanto fatto durante i processi antimafia. Il mondo scolastico, dunque, deve essere un caposaldo per poter ampliare gli orizzonti di chi è cresciuto con il vuoto dentro e fuori.

Ricordare le violenze mafiose è indispensabile, non solo nel giorno del trentesimo anniversario della strage di Via D’Amelio. Ancora oggi, infatti, una parte della popolazione italiana è ostaggio della criminalità organizzata e l’istruzione deve essere lo strumento adatto per poter sconfiggere l’omertà che sembra regnare sovrana.

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