Cassazione: legittima la sanzione al professore che insultò uno studente chiamandolo “cretino”

Rosalia Cimino

7 Luglio 2025

Professore insulta uno studente

Cassazione: legittima la sanzione al professore che insultò uno studente chiamandolo “cretino”

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È lecito che un insegnante chiami “cretino” uno studente? La risposta della giustizia italiana è netta: no. Anche un insulto isolato può costare caro a chi ricopre un ruolo educativo. 

È quanto ha stabilito la Corte di Cassazione, confermando la sanzione disciplinare inflitta a un professore di Sassuolo che nel 2019 si era rivolto a un alunno con questo epiteto.

La vicenda, arrivata fino al terzo grado di giudizio, pone l’attenzione su un tema sempre attuale: quali sono i limiti nel linguaggio che un docente può usare con gli studenti? E soprattutto, quali sono le conseguenze disciplinari e giuridiche in caso di comportamenti non consoni?

Il Caso: dalla sanzione alla Cassazione

L’episodio risale al 2019, quando un insegnante di un istituto tecnico di Sassuolo si rivolse a un alunno chiamandolo “cretino”. 

Il dirigente scolastico, in applicazione del codice disciplinare dei docenti della scuola pubblica, decise di sanzionare il comportamento con una censura scritta, considerata un atto formale di richiamo per la violazione dei doveri inerenti alla funzione educativa.

Il docente, ritenendo la sanzione eccessiva, ha intrapreso un lungo percorso giudiziario contro l’istituto scolastico, ma sia il Tribunale civile di Modena, sia successivamente la Corte d’Appello di Bologna, hanno confermato la validità della sanzione. 

Infine, il ricorso presentato in Cassazione è stato respinto come inammissibile, con la conferma che anche un singolo insulto può legittimamente costituire una violazione grave del codice deontologico del personale docente.

La Corte ha chiarito che la sanzione era proporzionata e fondata sul solo uso della parola “cretino”, ritenuta inaccettabile nel contesto scolastico, e non sul presunto utilizzo di ulteriori insulti, che non sono stati ritenuti rilevanti nel giudizio finale.

Il ruolo del docente e il valore della parola

La sentenza conferma un principio chiave: l’insegnante non è solo un trasmettitore di nozioni, ma un modello educativo

Di conseguenza, ogni comportamento, inclusi linguaggio e atteggiamento, deve essere improntato al rispetto e alla tutela della dignità degli studenti.

Secondo il codice disciplinare, i docenti hanno il dovere di agire in modo coerente con la funzione formativa e educativa della scuola pubblica. L’uso di termini offensivi, anche se frutto di un momento di tensione, mina l’autorità morale dell’insegnante e può legittimamente portare a sanzioni.

La vicenda dovrebbe essere letta non come un caso isolato, ma come un richiamo al rispetto del ruolo educativo in ogni sua dimensione: verbale, relazionale, etica. Le parole, specie in ambito scolastico, non sono mai neutre. E chi educa, ha una responsabilità maggiore rispetto a chiunque altro.

In definitiva, la sentenza della Cassazione segna un punto fermo nel dibattito sul comportamento degli insegnanti a scuola: la censura disciplinare inflitta non è stata vista come un eccesso punitivo, ma come il segnale chiaro che il rispetto verso gli studenti è un pilastro irrinunciabile della professione docente.