Amara delusione per migliaia di insegnanti. Sulla carta, la promessa della continuità didattica per il sostegno, regolamentata dal DM n. 32/2025, sembrava un’ancora di salvezza per garantire la stabilità di un percorso educativo cruciale per gli studenti con disabilità.
Per 58.000 docenti, l’iter di richiesta, pur avviato con successo e il supporto delle famiglie, si è concluso – invece – con un nome assente dagli elenchi ufficiali. Ma cosa si nasconde dietro questa inattesa esclusione?
L’amministrazione scolastica ha chiarito che il processo non è stato una mera formalità, ma un intricato incrocio di parametri e regole, un vero e proprio tunnel burocratico che ha svelato la sua natura intransigente solo all’ultimo miglio. La mancata riconferma non è un’eccezione, ma il risultato di un meccanismo complesso. Scopriamolo insieme.
Il Muro Invisibile del Bollettino Zero: l’algoritmo che decide
Per comprendere la delusione di chi non ha trovato il proprio nome negli elenchi, è fondamentale esplorare il funzionamento del cosiddetto “Bollettino Zero“. Il termine, apparentemente tecnico, rappresenta la fase cruciale in cui le aspirazioni dei docenti si scontrano con la dura realtà delle disponibilità algoritmiche.
Il decreto sulla continuità didattica non agisce in isolamento, ma si intreccia in modo indissolubile con l’algoritmo dell’OM n. 88/2024. Ciò significa che la riconferma non è un diritto automatico, ma una condizione che si materializza solo se il docente è considerato “nominabile”.
Tale “verifica di nominabilità” è il cuore del processo: il candidato deve dimostrare che, in base alla propria posizione in graduatoria e alle preferenze espresse, avrebbe comunque ottenuto una nomina per una supplenza, anche su un posto ordinario, in quella specifica scuola o provincia.
Gli Uffici Scolastici di diverse province, tra cui Avellino e Taranto, hanno spiegato senza mezzi termini che il sistema ha privilegiato la coerenza tra le preferenze del docente e le disponibilità esistenti nel turno.
Un docente che, pur avendo richiesto la riconferma su uno spezzone orario, ha indicato nella domanda solo posti interi, non può reclamare il diritto alla nomina su un posto non richiesto.
Allo stesso modo, chi ha preferito restringere le proprie preferenze a poche sedi si è autoescluso, poiché l’algoritmo non ha trovato una corrispondenza tra la ristrettezza delle sue scelte e l’ampiezza delle disponibilità.
In sostanza, il sistema premia chi ha giocato la partita su un campo più vasto, esprimendo preferenze ampie e inclusive per ogni tipologia di posto.
Ragioni Tecniche: l’importanza delle scelte fatte
In definitiva, è chiaro che la conferma del genitore e la disponibilità del posto non sono garanzie assolute, ma solo il primo passo di un lungo percorso di valutazione. La vera sfida si presenta nel momento in cui la posizione del docente in graduatoria deve incontrarsi con le scelte effettuate.
Un candidato con un punteggio esiguo o posizionato in coda alla graduatoria potrebbe non risultare “nominabile” se ha espresso preferenze in maniera troppo limitata, non coprendo l’intera provincia o non includendo gli spezzoni. L’algoritmo agisce come un setaccio implacabile, scartando chi non rispetta i criteri di base.
Come specificato dall’articolo 3 del Decreto e l’articolo 2, comma 3, la verifica della nominabilità è un passaggio obbligato e inderogabile per ogni singola posizione.
Il meccanismo, che ha lasciato l’amaro in bocca a molti, serve a garantire che la procedura sia equa e che le nomine avvengano solo a favore di chi avrebbe comunque avuto la possibilità di essere assegnato.
Dunque, ogni scelta nella compilazione delle domande ha un peso determinante. L’esito nefasto della continuità didattica per il 2025 non è stato un capriccio del destino, ma la diretta conseguenza di un incontro mancato tra il desiderio del docente e le logiche ferree dell’algoritmo di assegnazione.






