Incidente al liceo Giannone di Caserta: cosa sta succedendo fra i giovani

Rosalia Cimino

12 Maggio 2025

Giovane che sta per precipitare

Incidente al liceo Giannone di Caserta: cosa sta succedendo fra i giovani

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Venerdì 9 maggio una quindicenne del liceo “Pietro Giannone” di Caserta è precipitata da una finestra del bagno del secondo piano mentre in classe era in corso un compito, riportando fratture alle gambe ma fortunatamente fuori pericolo

Nel frattempo, una lettera apparsa su una bacheca scolastica e rilanciata da Enrico Galiano è divenuta virale, denunciando il profondo disagio interiore di molti ragazzi. 

I due episodi, pur diversi nella forma, mettono in luce questioni cruciali: la sicurezza fisica nelle scuole e il benessere psicologico degli studenti.

La caduta al Liceo Pietro Giannone: dinamica e sicurezza a scuola

Intorno alle 9 del mattino del 9 maggio, durante la prima ora di lezione, una studentessa di 15 anni ha chiesto all’insegnante di poter uscire per recarsi in bagno

Una volta lì, ha aperto una finestra e ha perso l’equilibrio, precipitando nel cortile sottostante e restando semicosciente tra i compagni preoccupati. Immediato l’intervento del 118, che ha trasportato la ragazza in ospedale. 

Le prime indagini della Polizia di Stato hanno escluso al momento segni di violenza esterna, orientandosi verso una caduta accidentale. 

L’episodio solleva interrogativi sulla manutenzione degli infissi, sulle misure di prevenzione nelle zone di servizio della scuola e sulla necessità di un controllo più stringente degli spazi accessibili agli studenti.

Negli ultimi anni, le linee guida del Ministero dell’Istruzione raccomandano verifiche periodiche sui locali scolastici e piani di emergenza chiari per tutti i plessi. 

Tuttavia, casi come quello di Caserta ricordano che, al di là delle norme formali, serve un monitoraggio costante e un coinvolgimento diretto di dirigenti e personale ATA per garantire ambienti realmente sicuri.

Il grido di disagio degli studenti: la lettera di una studentessa pubblicata da Enrico Galiano

Parallelamente al dramma fisico, si è consumato un altro tipo di emergenza, quella del malessere silenzioso che molti giovani vivono ogni giorno. 

Una lettera, affissa sulla bacheca di un istituto superiore e inoltrata allo scrittore e docente Enrico Galiano, è rimbalzata sulle piattaforme social, chiedendo ai professori: “Perché insegnate? Quando ci guardate, cosa vedete?” 

“Dentro questa lettera c’è tutto il dolore sommerso di chi entra in classe con il desiderio di crescere e ne esce svuotato”: queste le ultime parole della lettera. 

Galiano ha letto il testo ad alta voce, invitando la comunità scolastica a non lasciarlo “appeso al muro” ma a trasformarlo in spunto di dialogo e ascolto.

Il fenomeno non è isolato: ricerche del Miur e di associazioni psicopedagogiche segnalano un aumento dei disturbi d’ansia e delle difficoltà relazionali tra gli adolescenti, aggravate da contesti scolastici spesso orientati alla performance più che all’accoglienza. 

In risposta, alcune scuole hanno avviato progetti di educazione socio-emotiva, sportelli di ascolto psicologico e momenti di riflessione collettiva con docenti e genitori, con l’obiettivo di ricostruire un rapporto di fiducia e senso di comunità.

Il testo integrale della lettera diffusa da Galiano

“Cari professori, è quasi un peccato essere arrivati così in basso da trovar necessario scrivere una lettera, ma non vi vedo soluzione. 

Secondo la cultura giapponese ogni persona dovrebbe possedere un ikigai, cioè uno scopo nella vita, quel qualcosa che ti fa svegliare la mattina. Bene, io l’avevo trovato nello studiare, lo facevo con passione, quasi devozione. 

Mi svegliavo la mattina consapevole che andare a scuola, imparare, studiare fosse il mio scopo. Poi ho iniziato a comprendere, ogni giorno di più, che non ha alcuna utilità: di utile, non mi viene spiegato nulla in modo appassionante, non vengo mai ricompensata per il duro lavoro. 

Quando arrivo a casa e devo aprire il libro per studiare mi viene da piangere, sento la mia mente chiudersi, bloccarsi. 

Quando sono in classe sento solo morte, mi guardo attorno e vedo i miei compagni con gli occhi spenti o addormentati, guardo verso di voi e vedo il nulla, solo una specie di automa che sputa parole su fatti decaduti i cui valori nascosti sono stati sepolti con le loro vittime. 

Continuate a ripetermi che i voti non contano, che non sono ciò che fanno una persona. Per fortuna è vero, ma giudicate ore e ore di studio, ore in cui sono stata attenta in classe, pensieri e pensieri attivati solo per essere giudicati mediocremente, e chissà poi perché, dal momento che non mi viene mai spiegata una sola volta quali siano i problemi. 

Quando sono in bus per arrivare a scuola, mi chiedo perché mai stia venendo, perché mai ho anche avuto la cura di mettere i libri giusti nello zaino e di fare i compiti, quando so benissimo che intanto nulla verrà ricompensato. 

Mi domando perché la mattina mi sono alzata per andare in un luogo dove nessuno mi vede, dove nulla mi interessa, dove si è solo di fretta e in ansia per finire un programma che nessuno sa davvero perché segue, dove mi giudicate per quindici minuti e mettete sul registro un voto immotivato su qualcosa che mi avete spiegato in modo freddo, distante e morto. 

Pretendete un albero altissimo, meraviglioso, possente, ma non vi curate un minimo di innaffiarlo, di fertilizzarlo, di assisterlo con un bastoncino quando il fusto è troppo fragile. 

Che non vi venga in mente di dire che sto solo polemizzando perché intanto ogni volta che chiedete come sto, volete sapere solo che sto bene anche se tutto va male. 

Non volete sapere che sto soffrendo, che vengo a scuola solo per ottenere il diploma, che non mi viene spiegato nulla di nuovo. Non volete sapere che ognuno degli alunni delle vostre classi si sente solo, disperso, in ansia, che alcuni preferirebbero morire. 

Esigete la sapienza, le capacità, la maturità di persone molto più mature di noi, quando siamo solo diciassettenni che non sanno nulla sul mondo. Sappiamo solo che siamo oppressi, annoiati, devastati, terrorizzati dalle vostre verifiche, dalle vostre interrogazioni, dalle vostre parole. 

Ho delle domande per tutti voi, siate sinceri almeno con voi stessi, perché insegnate? Quando ci guardate cosa vedete? Credete che essere insegnanti sia un lavoro sociale?”