Il dibattito sulla legge di Bilancio si accende attorno al nuovo piano straordinario reclutamento ricercatori, definito da un recente emendamento che stanzia circa 60 milioni di euro per nuove assunzioni negli atenei e negli enti di ricerca. Sebbene il provvedimento miri a stabilizzare il personale, specialmente quello legato ai progetti del PNRR, le misure appaiono inadeguate rispetto alla vasta platea di precari con contratti in scadenza. Le organizzazioni sindacali denunciano risorse scarse e meccanismi di cofinanziamento che rischiano di rendere inefficace l’intera operazione di salvaguardia del capitale umano della ricerca italiana.
Il Piano straordinario reclutamento ricercatori e le critiche della FLC CGIL
Riportiamo di seguito il contenuto di un comunicato stampa diffuso dalla Federazione Lavoratori della Conoscenza CGIL. La segretaria generale Gianna Fracassi ha espresso un giudizio netto in merito all’annuncio del Ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, definendo il provvedimento “striminzito, tardivo e parziale“.
Dopo mesi di intense mobilitazioni, il sindacato attendeva un intervento strutturale, soprattutto in vista dell’imminente scadenza dei contratti di oltre 35.000 precari operanti negli atenei e negli enti di ricerca.
Tra questi figurano 7.200 Ricercatori a tempo determinato di tipo A (RTDa) ancora in ruolo, che si sommano agli oltre 2.000 i cui contratti sono già terminati nell’ultimo anno.
Di tale platea di lavoratori precari, oltre 10.000 risultano finanziati dal PNRR, inclusi 2.600 RTDa e centinaia di tecnologi a tempo determinato.
La risposta governativa viene percepita come gravemente insufficiente, poiché non ripara ai tagli precedenti e non risponde alla reale emergenza occupazionale del settore.
Dettagli dell’emendamento alla Manovra e risorse stanziate
L’emendamento inserito nel pacchetto dei riformulati in commissione Bilancio prevede quello che viene presentato come un piano straordinario di valorizzazione e reclutamento.
Il testo stabilisce un meccanismo di cofinanziamento al 50%: metà delle risorse saranno a carico del Ministero e l’altra metà dovrà provenire dai bilanci dei singoli enti o atenei.
Complessivamente vengono stanziati circa 60 milioni di euro, distribuiti attraverso incrementi del Fondo di finanziamento ordinario delle università (FFO) e del Fondo ordinario per gli enti e le istituzioni di ricerca (FOE).
Tali risorse ammontano a poco più di 11 milioni a partire dal 2026 e a circa 39 milioni dal 2027.
Le nuove assunzioni dovranno avvenire tramite procedure concorsuali, con una specifica riserva del 50% dei posti dedicata ai ricercatori attualmente impiegati su progetti PNRR.
Tuttavia, l’obbligo di cofinanziamento scarica sulle università una responsabilità economica notevole e presuppone una capacità di spesa che molti atenei potrebbero non possedere, mettendo a rischio l’effettiva applicazione del piano straordinario reclutamento ricercatori.

I numeri delle assunzioni previste e il nodo del cofinanziamento
L’analisi tecnica del provvedimento rivela numeri ben lontani dal coprire il fabbisogno reale.
Secondo le stime del Ministero dell’Università e della Ricerca, vi sono 4.502 Ricercatori a tempo determinato (RTDa) in scadenza tra il 2025 e il 2026, di cui 2.574 assunti con fondi PNRR.
Le risorse stanziate permetteranno di stabilizzare, sempre ammesso che gli atenei riescano a coprire la loro quota parte, circa 500 posizioni nel 2026 e circa 1.100 nel 2027.
Si arriva così a un totale di poco superiore alle 1.600 unità, includendo anche quelle delle università non statali.
La FLC CGIL sottolinea come lo stesso Governo preveda la possibilità che tali risorse rimangano inutilizzate, destinandole preventivamente a integrazione della quota base dell’FFO.
Il meccanismo appare, quindi, rischioso: il finanziamento c’è, ma vincolato a condizioni che potrebbero renderlo inaccessibile per molte istituzioni accademiche già in difficoltà finanziaria.
Enti di ricerca e Università non statali: le novità del provvedimento
Per quanto concerne gli Enti pubblici di ricerca vigilati dal MUR (quali Cnr, Inaf, Infn, Ingv, Ogs, Inrim), il piano prevede uno stanziamento di quasi 8,8 milioni di euro nel biennio.
Tali fondi serviranno per assumere personale ricercatore e tecnologo con le medesime modalità di cofinanziamento e con la riserva del 50% per i precari PNRR in ruolo al 30 giugno 2025.
In termini concreti, si tratta di circa 240 posizioni totali, un numero che appare esiguo se confrontato con le necessità operative di questi istituti.
Una novità assoluta riguarda il coinvolgimento delle università non statali. Sono stati previsti 2 milioni di euro in due anni per permettere anche agli atenei privati di assumere i ricercatori PNRR.
Si tratta della prima volta che un piano straordinario di reclutamento include esplicitamente le università non statali, un dettaglio che non è sfuggito agli osservatori del settore e che marca una differenza rispetto alle politiche precedenti.
Tagli pregressi e prospettive future per la ricerca pubblica
Il contesto in cui si inserisce il nuovo provvedimento è segnato da anni di tagli e riduzioni di spesa.
La legge di Bilancio precedente aveva imposto un blocco del turnover dei professori universitari al 75% per il 2025 ed esteso la misura ai ricercatori per l’anno successivo.
Tale blocco ha comportato per gli atenei una perdita stimata in circa 50 milioni di euro.
Inoltre, la cancellazione della parte finale del “Piano straordinario Messa” ha sottratto ulteriori risorse che avrebbero dovuto garantire assunzioni in deroga alle facoltà assunzionali.
La Segretaria Generale della FLC CGIL conclude ribadendo che l’intervento attuale, finanziato di fatto con i risparmi derivanti dal blocco del turnover deciso lo scorso anno, non rappresenta una soluzione strutturale.
Di fronte a migliaia di ricercatori che hanno garantito il successo del PNRR e il funzionamento quotidiano di università ed enti, la mobilitazione sindacale è destinata a proseguire.
L’obiettivo resta quello di ottenere un piano organico che preveda nuovi organici, stabilizzazioni reali e investimenti adeguati, elementi indispensabili per garantire un futuro solido alla ricerca pubblica nel Paese.





