Jean Marc Itard è nato nel 1774 e morto nel 1838.
E’ stato direttore dell’Istituto dei Sordomuti di Parigi e nel 1821 ha scritto un “Trattato sulle malattie dell’orecchio e dell’udito” molto diffuso a quel tempo, ma la sua fama è legata al suo lavoro educativo dell’Enfant sauvage, un bambino che viveva da qualche anno nella foresta, dove era stato avvistato nudo più volte e poi catturato all’età di circa dieci anni, incapace di comunicare se non i bisogni primari e con modalità di comportamento definite “selvagge”.
Sulla storia precedente al primo ritrovamento vennero fatte ipotesi diverse: che fosse stato reso selvaggio dalle condizioni ambientali della foresta e dalla mancata relazione con altri esseri umani oppure idiota congenito e per questo incapace di comunicare. Al tempo la causa della follia era ancora ascritta a possessione, perversione o cattive condotte dei genitori, ma sul caso dell’Enfant sauvage si rafforza la nuova tesi, quella della malattia mentale su base organica.
Uta Frith e dopo di lei altri famosi neuropsichiatri hanno visto nella descrizione di questo caso molte caratteristiche dell’autismo infantile descritto da Leo Kanner, che oscilla fra l’ipotesi della causa congenita nel 1943 e quella successiva psicogenetica, palesemente errata, della madre-frigorifero, per ritornare infine a quella congenita soltanto nel 1969. Purtroppo la madre-frigorifero ha continuato a dominare il nostro Paese e la Francia fino all’inizio dell’attuale millennio, impedendo la diffusione degli interventi basati sull’analisi applicata del comportamento (ABA).
Gli Autori del libro “Jean Marc Itard: La pedagogia speciale e la pedagogia clinica” (Editore Itard), Piero Crispiani e Riccardo Sebastiani, fanno una cronaca del ritrovamento iniziale e delle fughe successive di questo bambino verso le foreste ove aveva imparato a vivere, poi ricatturato, ricondotto nella società civile e nominato Victor.
Questa cronaca ci permette di fare l’ipotesi più plausibile. Si parte dalla evidenza che i bambini lattanti abbandonati nella foresta sono destinati a morire nel breve volgere di pochissimi giorni, se non trovano una donna disponibile ad allattarli come quella definita nell’antica Roma “lupa”, appellativo delle meretrici dei tempi di Romolo e Remo.
Si può ragionevolmente pensare che il bambino sia stato abbandonato nella foresta dai genitori che si erano resi conto che il figlio aveva gravi deficit, come quello di non avere imparato a parlare, all’età di 4-5 anni.
Il bambino abbandonato a sé stesso ha imparato a sopravvivere per anni nella foresta, dimostrando un’abilità e un’adattività sorprendente, ma l’incapacità congenita di comunicare è rimasta, così come molti dei comportamenti problema che Kanner avrebbe poi descritto nel 1943 come tipici dell’autismo infantile.
Lo psichiatra Philippe Pinel, famoso per avere proposto e attuato la cura dei malati psichiatrici della Salpêtrière liberandoli dalle catene già verso la fine del millesettecento, e Primario di Itard nell’ospedale psichiatrico di Bicêtre e poi nell’Istituto dei Sordomuti di Parigi, correttamente optò per questa seconda ipotesi, organicista, ma ne trasse un’indicazione sbagliata che trasmise a Itard: non si poteva fare nulla, perché la sua diagnosi di idiozia congenita comportava che fosse ineducabile e irrecuperabile.
Itard non lo ascoltò. Nell’Istituto dei Sordomuti di Parigi, dove era stato mandato Victor dal Governo francese, iniziò un paziente lavoro abilitativo di pedagogia clinica, che partiva dall’osservazione del funzionamento del bambino nelle diverse aree dello sviluppo, osservazione più volte ripetuta nel tempo, durante il quale gli approcci educativi del primo “medico – pedagogista” della storia riscontravano qualche parziale successo e molti insuccessi, che mai lo scoraggiarono dal proseguire nella sua opera, durata decenni.
La presa in carico dell’Enfant sauvage è proseguita nella casa di Itard fino alla morte, avvenuta nel 1828.
La sua collaboratrice in questa paziente opera abilitativa fu la governante Madame Guérin, forza mediatrice fra Itard e Victor, la quale, con la vocazione e la pazienza di una madre e con la formazione di una maestra illuminata, spingeva il bambino a inserirsi nella società civile, ad esempio portandolo nei parchi cittadini, ove gli alberi della foresta si sposano col paesaggio cittadino.
Itard prova, sbaglia, corregge, annota, riprende. I risultati sono parziali. Il bambino non arriva alla parola, ma si approccia alla lettura e alla scrittura, comprende le regole e il senso morale.
Non meraviglia che tra gli estimatori di Itard vi sia stata Maria Montessori nel ventesimo secolo e Piero Crispiani nel ventunesimo, che definisce l’opera di Itard e di altri suoi Colleghi che ne hanno seguito le orme: pedagogia clinica.
I principi base della pedagogia di Jean Marc Itard sono:
- l’educabilità di chiunque, senza limiti di gravità; la personalizzazione dell’insegnamento in base alle caratteristiche peculiari dell’educando; la globalità intesa nel senso di educare tutte le funzioni, dalla sensorialità al movimento e ai sentimenti;
- saper apprezzare i miglioramenti, anche quando sono tutt’altro che trionfali, perché quello che pare piccolo e insignificante a chi è ricco di risorse puo’ essere un elemento importantissimo nella qualità della vita di chi è povero.
Mi pare conseguente e valido che Crispiani e Sebastiani valorizzino l’opera di Itard, che tanto ha da insegnare anche ai giorni nostri.




