Nelle segreterie scolastiche italiane si producono ogni giorno migliaia di documenti: contratti per supplenti brevi, decreti dirigenziali, comunicazioni alle famiglie, rendicontazioni di progetti finanziati con fondi europei. Tutto passa attraverso una tastiera, e la velocità con cui chi siede in segreteria riesce a tradurre informazioni in testo digitato incide direttamente sulla qualità del servizio reso. È in questo contesto che si colloca il touch typing — in italiano “scrittura a tastiera cieca” — ovvero la tecnica che permette di digitare usando tutte e dieci le dita senza guardare i tasti, con lo sguardo fisso sullo schermo.
Una competenza nata con le macchine da scrivere ottocentesche e mai realmente superata, che il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha scelto di riconoscere ancora oggi nelle graduatorie ATA, pur in un’epoca in cui assistenti vocali e intelligenza artificiale generativa sembrerebbero averla resa obsoleta. Una scelta che merita di essere esaminata.
Una competenza che il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione voleva archiviare
Nell’aprile 2024, in occasione del parere sul nuovo decreto di aggiornamento delle graduatorie ATA, il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione formulò una richiesta che a molti osservatori sembrò di buon senso: eliminare il punteggio attribuito all’attestato di dattilografia.
La motivazione era articolata su due assi. Da un lato, l’anacronismo culturale: associare un’abilità nata con le macchine da scrivere meccaniche a un sistema di reclutamento del 2024 appariva, agli occhi del CSPI, una sopravvivenza novecentesca.
Dall’altro, lo squilibrio interno alla tabella di valutazione: la dattilografia vale infatti il doppio rispetto a una certificazione informatica aggiuntiva, una proporzione che — sostenevano i consiglieri — non rispecchiava più il reale peso delle competenze richieste in una segreteria digitalizzata.
Nello specifico, il Ministero dell’Istruzione e del Merito decise diversamente. Nel testo definitivo del Decreto Ministeriale n. 89 del 21 maggio 2024, l’attestato di addestramento professionale in dattilografia conserva il suo punto pieno per il profilo di Assistente Amministrativo, e con esso conserva quella posizione di rilievo nell’Allegato A/1 che lo distingue da qualsiasi altra certificazione informatica valutata dal decreto.
A tal proposito, la decisione del MIM apre una domanda che merita di essere affrontata senza pregiudizi: cosa vede oggi il Ministero in una competenza che il principale organo consultivo del comparto considera superata?
E soprattutto, quale lettura possiamo dare di questa scelta nel contesto della scuola che si è ridisegnata intorno alle piattaforme digitali, alla firma elettronica e all’intelligenza artificiale generativa?
Touch typing: una storia lunga un secolo e mezzo
Per capire la scelta del MIM conviene fare un passo indietro, perché la dattilografia non è una disciplina secondaria nella storia della formazione professionale italiana.
Le prime scuole di scrittura a macchina aprirono nel nostro Paese tra fine Ottocento e primissimo Novecento, sull’onda dell’arrivo delle Remington e poi delle Olivetti. Per decenni rappresentarono uno dei pochi canali di emancipazione professionale femminile: le “dattilografe” furono tra le prime figure d’ufficio a entrare stabilmente nei ruoli amministrativi pubblici e privati, grazie a una competenza misurabile, certificabile e immediatamente spendibile.
Ad ogni modo, il metodo che ancora oggi viene insegnato nei corsi accreditati — il cosiddetto touch typing, in italiano “tastiera cieca” — fu codificato negli Stati Uniti già nel 1888 da Frank Edward McGurrin, che vinse una gara pubblica di velocità battendo a memoria, senza guardare i tasti, contro avversari che usavano metodi misti.
Da allora il principio non è cambiato: dieci dita, postura corretta, sguardo fisso sul testo o sul foglio da trascrivere, mai sulla tastiera. Cambiò invece progressivamente lo strumento, dalle Lettera 22 ai computer da scrivania, dai laptop alle tastiere ergonomiche split che oggi popolano gli uffici di nuova generazione.
Nello specifico, è proprio questa continuità del metodo — pensato per macchine meccaniche, ma rimasto identico nell’era digitale — che spiega perché la disciplina abbia attraversato indenne le rivoluzioni tecnologiche del Novecento. Ragion per cui non sorprende che, quando le segreterie scolastiche italiane si sono digitalizzate, il touch typing sia rimasto il riferimento formativo per chi nelle segreterie ci lavora.

Cosa fa concretamente chi siede in una segreteria scolastica oggi
La scuola del 2026 produce documenti come una piccola pubblica amministrazione. Ogni istituto comprensivo o superiore gestisce centinaia di contratti per supplenti brevi, migliaia di comunicazioni alle famiglie, decreti dirigenziali, verbali collegiali, certificazioni di servizio, atti di acquisto, rendicontazioni di progetti PNRR.
A tal proposito, la digitalizzazione non ha ridotto il volume di scrittura prodotto in segreteria: lo ha trasformato. Non si battono più documenti su carta carbone in tre copie, ma si compilano modelli su SIDI, si caricano dati su NoiPA, si registra il protocollo informatico, si elaborano determine su software gestionali, si redigono email istituzionali destinate a famiglie, docenti, uffici scolastici regionali e ministero.
Ad ogni modo, in tutto questo flusso, una variabile resta costante: la velocità e l’accuratezza con cui un operatore traduce in testo digitato le informazioni che ha davanti.
Un assistente amministrativo che scrive 40 parole al minuto guardando la tastiera produce un decreto in trenta minuti; uno che ne scrive 70 senza guardarla lo produce in dodici.
Su un anno di lavoro, considerando le centinaia di atti che attraversano una segreteria, la differenza in ore-uomo è significativa. E nelle scuole italiane, dove gli organici di segreteria sono notoriamente sotto pressione, le ore-uomo si contano.
Nello specifico, c’è un secondo elemento che chi conosce il lavoro di segreteria sa bene: la digitalizzazione ha aumentato le occasioni di errore formale.
I sistemi ministeriali respingono i flussi che contengono campi compilati male, le mail istituzionali con refusi finiscono nei verbali del Consiglio di Stato, i decreti pubblicati con errori di battitura devono essere riemessi con un nuovo numero di protocollo. Ragion per cui la precisione della digitazione conta oggi quanto la velocità — forse di più — e il touch typing è esattamente la disciplina che insegna entrambe.
La lettura del MIM: il touch typing come competenza-soglia, non come certificazione di prestigio
Nel mantenere il punto attribuito alla dattilografia, il Ministero ha implicitamente accolto una tesi che vale la pena esplicitare: il touch typing non è una competenza specialistica, è una competenza-soglia. Non distingue i migliori dai peggiori, distingue chi può lavorare in una segreteria scolastica del 2026 da chi non può.
A tal proposito, è la stessa logica che ha portato il Ministero, nel medesimo decreto, a introdurre la Certificazione Internazionale di Alfabetizzazione Digitale (CIAD) come requisito obbligatorio di accesso per quasi tutti i profili ATA, con l’eccezione del Collaboratore Scolastico.
Il messaggio normativo è coerente: chi entra in segreteria deve dimostrare di saper usare un computer secondo il framework europeo DigComp 2.2 (sistemi operativi, fogli di calcolo, gestione della posta elettronica), e il punto della dattilografia premia chi a quella soglia aggiunge un’abilità motoria specifica, lo scrivere senza guardare i tasti.
Ad ogni modo, il fatto che questi due strumenti coesistano nel decreto risponde a domande diverse. La CIAD risponde alla domanda che cosa sa fare con il computer chi entra in segreteria?; la dattilografia risponde alla domanda quanto velocemente e accuratamente può tradurre in testo digitato il lavoro che gli viene richiesto?. Sono due competenze diverse, valutate diversamente, e il decreto del 2024 le tiene entrambe perché entrambe servono.
Il paradosso dell’intelligenza artificiale (e perché non risolve il problema)
C’è un’obiezione che torna spesso quando si parla di dattilografia in epoca contemporanea: con la dettatura vocale e i modelli linguistici di nuova generazione, davvero serve ancora saper digitare? La domanda è legittima e merita una risposta tecnica.
Nello specifico, gli strumenti di dettatura vocale hanno raggiunto livelli di accuratezza eccellenti per testi continui in lingua standard. Un decreto narrativo, una lettera, una relazione possono effettivamente essere dettati con buoni risultati.
Ad ogni modo, la maggior parte del lavoro di una segreteria scolastica non consiste nel produrre testi continui: consiste nel compilare campi, navigare interfacce, inserire codici alfanumerici, copiare matricole, spostarsi tra finestre, aggiornare anagrafiche.
In tutte queste operazioni la voce è un canale lento o inutile, mentre la tastiera resta lo strumento di interazione più rapido con qualunque sistema informativo. A tal proposito, anche l’introduzione di assistenti AI nei flussi di lavoro non sostituisce la digitazione: la accompagna.
Un assistente amministrativo che usa un copilota AI per redigere una bozza dovrà comunque rivedere, correggere, integrare il testo digitando. Ragion per cui il touch typing, lungi dall’essere stata superata, è la condizione abilitante per usare bene gli strumenti che la sostituirebbero.
Un dato controintuitivo che spiega perché molte università di scienze informatiche, negli Stati Uniti, abbiano reintrodotto corsi di touch typing per studenti del primo anno, considerandoli prerequisito per qualsiasi altro insegnamento.
La scuola che forma la scuola
La conferma della dattilografia nel DM 89/2024 può essere letta anche da un’angolazione meno tecnica e più culturale. Il sistema scolastico italiano è uno dei pochi datori di lavoro pubblici che ha continuato, per oltre un secolo, a riconoscere economicamente — sotto forma di punteggio — l’investimento formativo dei propri aspiranti dipendenti. Chi vuole entrare nelle segreterie delle scuole sa che ogni titolo conseguito si traduce in posizione in graduatoria, e quindi in probabilità di chiamata.
Nello specifico, questa filiera produce un effetto secondario poco discusso: alimenta un mercato della formazione professionale che, a sua volta, mantiene viva una serie di discipline storiche — la dattilografia, ma anche la stenografia, la ragioneria classica, la calligrafia tecnica — che altrove sarebbero scomparse.
A tal proposito, la decisione del MIM di non eliminare il punto della dattilografia non è solo una scelta tecnica sul reclutamento: è anche una scelta culturale sulla conservazione di un patrimonio formativo che la scuola italiana ha contribuito a costruire.
Ad ogni modo, vale la pena evidenziare che i corsi di dattilografia oggi riconosciuti devono rispettare un requisito preciso, fissato dalla FAQ 16 del Ministero: devono essere istituiti da un ente pubblico (lo Stato, una Regione, un Comune attraverso delibera), anche se gestiti operativamente da soggetti privati.
Ragion per cui non basta che un ente di formazione sia accreditato: deve esistere un atto pubblico che istituisce formalmente il corso. È una soglia che il MIM ha tenuto ferma, nonostante la proliferazione dell’offerta formativa online, e che continua a rappresentare la garanzia di qualità del titolo.
La dattilografia nel prossimo aggiornamento ATA
Per chi guarda al prossimo aggiornamento delle graduatorie ATA — atteso nella primavera 2027, con validità per il triennio 2027-2030 — la conferma del punto della dattilografia significa una cosa molto pratica: chi vuole costruire un punteggio competitivo per il profilo di Assistente Amministrativo continua ad avere nella dattilografia uno degli strumenti più efficienti, sia per l’investimento richiesto sia per il peso specifico nella tabella di valutazione.
Nello specifico, però, la lettura più interessante è un’altra. La conferma del punto è il segnale che il Ministero, nel ridisegnare il reclutamento ATA con il nuovo CCNL e il DM 89/2024, ha scelto di mantenere un equilibrio tra continuità e innovazione.
La CIAD come novità che impone una soglia digitale aggiornata al framework europeo, la dattilografia come continuità che riconosce il valore di una competenza storica ancora pertinente al lavoro di segreteria. A tal proposito, le due cose non sono in contraddizione, sono complementari. E forse è proprio questa complementarità — più che la singola scelta sul punto da assegnare — il vero contenuto della decisione del 2024.
Ragion per cui, mentre il dibattito sulla modernizzazione delle graduatorie continuerà nei prossimi mesi e con ogni probabilità si riaprirà in vista del bando 2027, la dattilografia resta dove è sempre stata da quando è stata codificata: nelle dita di chi, in segreteria, deve produrre testi corretti e veloci. Il resto, come si dice, è interfaccia.





